Plastica: qual è il nostro futuro?

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Avrai sicuramente visto questa immagine.

plastica-risparmio-virtuoso-Great-Pacific-Garbage-Patch

È la cosiddetta Isola di plastica del Pacifico (Great Pacific Garbage Patch, in inglese), un’isola di rifiuti, e rappresenta due cose: la più grande zona di accumulo di detriti galleggianti al mondo e cosa l’uomo è riuscito a fare in pochi anni con la plastica. La Great Pacific Garbage Patch si trova nel Pacifico del Nord, in una regione dove le correnti favoriscono la convergenza dei detriti.

Ma di quanta plastica stiamo parlando? Secondo i dati raccolti, pubblicati pochi mesi fa sulla rivista Scientific Reports, stiamo parlando di 79.000 tonnellate di plastica, davvero impressionante. Giusto per farti un’idea, la superficie occupata nel mare da questi rifiuti è di 1,6 milioni di km2, ovvero 5 volte la grandezza dell’Italia! A peggiorare la situazione c’è la considerazione che una grande parte di detriti non si trova più in superficie, ma sui fondali. Il rapporto inglese Foresight Future of the Sea evidenzia che l’inquinamento da plastica negli oceani potrebbe triplicare da qui al 2050, a meno che non ci sia una massiccia operazione che lo impedisca. Insomma il rischio che corriamo è che nel mare ci siano più bottiglie che pesci.

Il problema è l’utilizzo della plastica e non il suo accumulo

Ci sembra chiaro che il problema non è l’accumulo, ma l’utilizzo della plastica stessa: va cercato un percorso virtuoso che riduca gli sprechi e favorisca la creazione di una economia circolare.

La Giornata Mondiale della Terra 2018 si è proprio concentrata sui danni ambientali che l’uomo ha creato con la plastica.

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Le origini 

La storia della plastica inizia nella seconda metà del XIX secolo (sì, hai letto bene, 1800), ma il suo secolo è decisamente quello del Novecento. Il chimico belga Leo Baekeland, nel 1910 brevetta la Bakelite, ottenuta dalla condensazione tra fenolo e formaldeide. Ne viene fuori la prima resina termoindurente di origine sintetica, per molti anni la materia plastica più diffusa ed utilizzata. Negli anni a seguire, la plastica passa all’età adulta e il petrolio diventa la materia prima per eccellenza. Il 1941 è l’anno del PET, grazie a Rex Whinfield e James Tennant Dickson che brevettano il polietilene tereftalato, utilizzano nella produzione di fibre tessili artificiali (il tessuto noto come pile). Nel 1973, il PET entra nel mondo dell’imballaggio. Nathaniel Wyeth (Du Pont) brevetta la bottiglia che ancora oggi rappresenta lo standard per acqua e bibite. Dal secondo dopo guerra arrivano anche le scoperte delle resine, delle fibre sintetiche e del polipropilene. Il nuovo materiale irrompe nella vita di tutti i giorni, anche attraverso l’arte, la moda e il design. Negli anni successivi la ricerca va avanti e la crescita tecnologica è rilevante: arriva la definitiva consacrazione grazie ai tecnopolimeri (con cui è possibile realizzare lenti a contatto, scudi spaziali, componenti per motori di auto, caschi spaziali…).

Quindi la plastica, che ci ha accompagnato nel secolo scorso, non è il nemico numero 1; come abbiamo scritto, va utilizzata in modo intelligente.

Quanta ne produciamo

Ogni anno nel mondo si producono circa 300 milioni di tonnellate di plastica, rispetto a 50 anni fa, la produzione è aumentata di venti volte. Se continuiamo così, nel 2050 si stima che il 20% del petrolio mondiale servirà solo per produrre plastica. Inimmaginabile. Germania, Italia, Francia, Spagna, UK, Polonia sono gli Stati che consumano il 70% di plastica e il nostro Paese, secondo il rapporto della Beverage Marketing Corporation è il primo Paese europeo per consumo pro capite di acqua in bottiglia (di plastica). In questa triste classifica, con i suoi 178 litri l’anno per abitante viene battuta solo da Messico e Tailandia. Un altro dato interessante è legato al packaging: il 40% della plastica usata in Europa serve per scatole e involucri, soprattutto per gli imballaggi di cibi, bevande e vestiti. meno del 15% viene riciclato. Qui possiamo fare di più.

Non abbiamo toccato ancora l’argomento delle microplastiche, ovvero frammenti di meno di 5 millimetri che, di fatto, compongono circa il 90% dei rifiuti che sta soffocando gli oceani. Non si vedono a occhio nudo ma sono ovunque e finiscono anche nello stomaco di vari animali. Che poi noi mangiamo.

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